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UCCIDERE I PROPRI FIGLI. ATTO DI DI UNA MENTE FOLLE O LUCIDA?

I figli sono “piezz’e core”, si dice a Napoli. In realtà, è così ovunque, perché i figli sono letteralmente pezzi di noi, non solo perché prendono vita attraverso l’unione di due corpi, bensì perché in quell’esserino minuscolo e indifeso che prendiamo fra le braccia appena nato, trasferiamo non solo le nostre caratteristiche fisiche, come il colore degli occhi o la forma dei piedi, ma la nostra personalità, ridotta, amplificata o modificata. I figli sono degli “altri noi”, diversi ma simili a ciò che siamo, o avremmo voluto essere.

Per questo, ucciderli è un gesto talmente contro natura, incomprensibile e crudele, da ricevere condanna unanime, senza appello e senza possibilità di giustificazione. Eppure succede, che quelle mani che hanno preso in braccio, accarezzato, coccolato, il proprio figlio, siano le stesse che lo uccidono. E per quanto sia doloroso addentrarsi nelle menti di chi toglie la vita a colui al quale l’ha donata, è fondamentale capirne le motivazioni, non per giustificare, ma per spiegare. E cercare, per quanto possibile, di prevenire altri omicidi, imparando a cogliere quei segnali di allarme che a volte ci sono, ma vengono ignorati, o sottovalutati. 

Negli ultimi anni sono tanti, purtroppo, i casi di genitori arrestati, o condannati, per aver ammazzato i propri figli, spesso piccolissimi. A partire dal caso di Annamaria Franzoni, che fece scalpore per la gravità del fatto (fu condannata per aver ucciso il figlio Samuele di tre anni) e per la propensione mediatica della protagonista, per continuare con Veronica Panarello, condannata a trent’anni di carcere, nel 2016, per la morte dl figlio Loris, avvenuta due anni prima.

E l’elenco continua. A luglio del 2019, per esempio, il papà di una piccola di 16 mesi, a San Gennaro Vesuviano, alle porte di Napoli, ha letteralmente lanciato la bimba dal balcone del secondo piano e poi si è buttato nel vuoto. A fine maggio 2019 un venticinquenne è stato arrestato a Milano con l’accusa di aver ucciso, massacrandolo di botte, il figlioletto di due anni. “Non riuscivo a dormire, mi sono alzato dal letto e l’ho picchiato” aveva spiegato il padre. Dopo una prima condanna all’ergastolo, in appello la condanna è stata ridotta a ventotto anni di carcere. Sempre nel 2019, a gennaio, a Torino, un uomo di settant’anni è stato accusato di aver ammazzato il figlio adottivo con il cavo del computer.

Pare che il loro rapporto fosse estremamente conflittuale. Nel 2018, a novembre, nel mantovano un padre ha dato fuoco alla casa, uccidendo il figlio di 11 anni. L’uomo, che era stato precedentemente allontanato dalla casa familiare, è stato condannato a quattordici anni di carcere. Mentre a marzo del 2017, un padre ha ucciso i due figli a martellate prima di togliersi la vita a causa di un dissesto finanziario nascosto a tutti, e a maggio 2016, in Valtellina, un papà di 43 anni ha ucciso il figlio di sette, soffocandolo. Ha poi deciso di impiccarsi. Ma non serve andare così lontano nel tempo per trovare altri casi. A maggio di quest’anno Alessandro Maja ha confessato l’omicidio della moglie e della figlia quindicenne. Avrebbe tentato di ammazzare anche l’altro figlio di ventitre anni, miracolosamente sopravvissuto.

Così come l’assassinio di Elena Del pozzo, di cinque anni, ammazzata a coltellate a giugno di quest’anno, per il cui omicidio è stata arrestata la madre Martina Patti, che ha confessato il delitto. Questo caso ha suscitato particolare scalpore anche per le modalità con cui è stato commesso: la madre avrebbe prelevato la bambina dalla scuola materna un’ora prima, l’avrebbe portata a casa dove la piccola ha consumato un budino, dopo di che, con la scusa di mostrarle un poso in cui giocava da bambina, la Patti l’avrebbe portata in un campo, per ucciderla con oltre undici coltellate, e seppellirla in una buca che lei stessa avrebbe scavato.

A volte, questi omicidi sono seguiti dal suicidio del genitore, che non riesce a sopportare il peso di quanto fatto, oppure considera la propria morte come il compimento di un piano congegnato per liberare se stesso e il figlio dall’insopportabile sofferenza della vita. Infatti, non sono rari i casi in cui, dopo il delitto, emergono particolari che attestano la presenza di indizi depressivi o di disturbi psicologici di varia natura, di cui i familiari si erano resi conto ma che pensavano di poter tenere sotto controllo, magari con l’ausilio di qualche specialista. Disturbi che non vanno confusi con l’incapacità di intendere e di volere, che è una condizione che va clinicamente accertata e che comporta la non punibilità del soggetto che ha commesso il fatto. Infatti, va ricordato che anche la presenza di disturbi di natura depressiva o l’alterazione della corretta funzionalità della capacità reattiva ai fattori esterni non determina in automatico la riduzione o l’eliminazione della capacità, che si presume sempre sussistente tranne i casi in cui ne viene determinata la riduzione o l’assenza, permanente o temporanea, per motivi di natura patologica.

A cosa va incontro una persona che uccide il proprio figlio? L’imputazione è solitamente di omicidio pluriaggravato (dal rapporto di parentela, dalla premeditazione, dai futili motivi, ecc…). La pena prevista dal nostro codice penale è quella dell’ergastolo, pena che negli ultimi anni viene sempre più spesso inflitta per questo genere di reati, soprattutto dopo l’introduzione, a maggio 2019, della riforma del rito abbreviato (un rito alternativo che se chiesto dall’imputato va concesso, e che determina sconti di pena automatici fino a un terzo), la quale ha impedito questa possibilità a tutti i reati puniti, appunto, con l’ergastolo. Infatti, fino al 2019 molti di coloro che commettevano un omicidio aggravato, soprattutto in caso di conclamata colpevolezza o confessione, sceglievano questo rito che permetteva loro di evitare quasi sempre il massimo della pena.

La stessa Franzoni lo scelse, così come Veronica Panarello. Da tre anni circa, chi commette un reato punibile con l’ergastolo deve affrontare il processo ordinario con tutte le conseguenze del caso, prima fra tutte una pena sicuramente più elevata in caso di condanna.

Ma non è la condanna processuale, l’unica conseguenza per chi commette il più efferato dei crimini. È anche, e soprattutto, l’eterno stigma sociale che, per quanto la persona dimostri di aver intrapreso ogni percorso di riabilitazione e reinserimento sociale, spesso lo accompagna per il resto della vita. È difficile, se non impossibile, perdonare socialmente chi ha ucciso il proprio figlio, anche se ha scontato la pena e ha compreso la gravità di quanto commesso, al punto da provare profondo pentimento e vergogna. Ed è un atteggiamento umanamente comprensibile. Eppure, se quella persona ha pagato il proprio debito con la società, ha diritto di esservi riammesso.

E non sta a noi perdurare nel giudizio e nel rifiuto, perpetuando quella condanna che spetta allo Stato, e solo a lui, infliggere.

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