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LO SCANDALO DELLE CARCERI ITALIANE COSTRUITE E NON UTILIZZATE.

L’Italia è il Paese dei condoni e degli indulti per antonomasia.

Le leggi si violano con leggerezza, perché si confida che, prima o poi, arrivi quel “perdono di Stato” che, con un colpo di spugna, cancella la marachella commessa.

Vale per gli abusi edilizi, immensa e irrisolta piaga italiana, così come per i reati e chi li ha commessi che, di tanto in tanto, fruiscono di ciò che viene definito “indulto”. Di cosa si tratta, esattamente? È un istituto di diritto penale che comporta l’estinzione totale o parziale, o la commutazione, della pena, previsto dall’articolo 174 del codice penale. L’indulto deve essere approvato dal voto favorevole di due terzi di ciascun ramo del Parlamento e deve essere attuato da un provvedimento dell’autorità giudiziaria.

A dicembre 2021 si registravano nelle carceri italiane 54.134 persone. Sicuramente troppe, in rapporto ai posti disponibili e alle norme che impongono una certa metratura e un certo spazio “vitale” per ogni detenuto. Non è da dimenticare, infatti, che garantire dignità e rispetto della vita umana anche a chi è stato condannato in via definitiva per gravissimi reati, è elemento indefettibile di uno Stato di diritto ed elemento imprescindibile per l’attuazione del comma 3 dell’art. 27 della Costituzione, che sottolinea l’importanza della funzione rieducativa della pena

E così accade che, di tanto in tanto, il problema dei troppi detenuti torni in auge, e che come unica soluzione, cui si giunge con espressione ufficiale contrariata come se non fosse possibile trovare alternative, è appunto l’indulto. Sono oltre 44.000 le persone che ne hanno beneficiato nel corso dei decenni, in modo parziale o totale, le quali si sono ritrovate, all’improvviso, liberate dal giogo della condanna, senza, magari, aver neppure compreso i motivi per cui era stata loro inflitta, e senza aver capito la necessità di tenere una condotta giuridicamente consona ai principii di legge e di convivenza civile. Tanto che i livelli di recidiva tra i beneficiari di queste misure sono molto elevati, ossia circa il 26,9% tra i detenuti e il 18,5% tra coloro che beneficiavano di una misura alternativa. A dimostrazione che l’indulto non serve a rieducare, ma semplicemente a riversare in società l’incapacità politica di risolvere il problema del sovraffollamento carcerario.

Eppure, in Italia esistono circa quaranta carceri costruite e non utilizzate. Dove si trovano?

L’istituto carcerario di Morcone (Benevento), è stato costruito, abbandonato, ristrutturato, arredato e nuovamente abbandonato dopo un periodo di costante vigilanza armata ad opera di personale preposto.

Quello di Arghillà (RC) manca solo dell’allacciamento idrico, ma è per il resto ultimato e dotato di accorgimenti tecnici d’avanguardia.
in Sardegna sono state dismesse ben otto case mandamentali (Ales, Bono, Carbonia, Ghilarza, Sanluri, Santavi, Terralba e soprattutto, per l’eccezionale spreco, Busachi, che, dopo essere costata 5 miliardi di lire, non è stata mai inaugurata).
In alcune regioni, a causa della mancata programmazione in funzione dell’estensione, si è costretti all’andirivieni da e per istituti posti al limite provinciale come per Lecce Nuovo Complesso, sorto nel nord di una provincia che si estende per oltre settanta chilometri, quotidianamente percorsi da tutte le forze dell’ordine provinciali che potrebbero utilizzare (con semplici adeguamenti tecnici) la casa mandamentale di Maglie solo parzialmente utilizzata per ospitare detenuti semiliberi.

Ancora maggiore è lo spreco nella stessa provincia, nel comune di Galatina, dove l’istituto penitenziario è del tutto inutilizzato malgrado la posizione strategica. A Udine si registra la chiusura della sezione femminile del penitenziario a fronte di situazioni “sature” in altri istituti, ormai al collasso, mentre a Gorizia risulta inagibile un intero piano dell’istituto carcerario e non sono stati programmati i necessari lavori, così come a Venezia e a Vicenza, dove la capacità ricettiva è ridotta a cinquanta unità. A Pinerolo (Torino), il carcere è chiuso da dieci anni ma è stata individuata l’area ove costruirne uno nuovo. A Revere (Mantova), dopo diciassette anni dall’inizio dei lavori di costruzione, il carcere con capienza da 90 detenuti (costo stimato, 5 miliardi di lire) è ancora incompleto. 

L’istituto carcerario di Codigoro (Ferrara) che, nel 2001, dopo lunghi lavori, sembrava pronto all’uso, è ancora chiuso. A Pescia (Pistoia), il Ministero ha soppresso la casa mandamentale.
A Pontremoli (Massa Carrara), il locale istituto femminile, inaugurato nel 1993, con capienza pari a 30 detenute, è attualmente chiuso.
Ad Ancona Barcaglione, il penitenziario da 180 posti inaugurato nel 2005, nonostante le spese di mantenimento della struttura vuota ammontassero a mezzo milione di euro all’anno, gli ospiti non sono mai stati più di 20 e i dipendenti 50.
in Abruzzo, nel penitenziario di San Valentino (Pescara), costruito da quindici anni, non ha alloggiato nessun detenuto, tanto che nella struttura vagano solo cani, pecore e mucche.
In Campania, l’istituto di Gragnano (Napoli) è stato inaugurato e chiuso a causa di una semplice frana; lo stesso è accaduto a Frigento (Benevento).

In Puglia, oltre a Minervino Murge (Bari), struttura mai entrata in funzione, c’è il caso di Casamassima (Bari), carcere mandamentale condannato all’oblio da un decreto del Dipartimento. A Monopoli (Bari), nell’ex carcere mai inaugurato, non ci sono detenuti ma sfrattati che hanno occupato abusivamente le celle abbandonate da decenni.
Così come non sono state mai aperte le strutture mandamentali di Volturara Appula (Foggia), 45 posti, rimasta incompiuta, e di Castelnuovo della Daunia (Foggia).
Accadia (Foggia), penitenziario consegnato nel 1993, ora del Comune, è inutilizzato;
A Bovino (Foggia), è presente una struttura da centoventi posti, già pronta ma tenuta chiusa, come a Orsara, nella stessa provincia di Foggia.
L’istituto di Irsina (Matera), costato 3,5 miliardi di lire negli anni ’80, ha funzionato soltanto un anno ed oggi è un deposito del Comune.
Gli istituti di Mileto (Vibo Valentia) e di Squillace (Catanzaro) sono stati ristrutturati e poi chiusi. In quello di Cropani (Catanzaro), abita solo un custode comunale. Gli istituti di Arena (Vibo Valentia), Soriano Calabro (Vibo Valentia), Petilia Policastro (Crotone) e Cropalati (Cosenza) sono stati soppressi.
A Gela (Caltanissetta) esiste un penitenziario enorme, nuovissimo e mai aperto.
A Villalba (Caltanissetta), oltre vent’anni anni fa è stato inaugurato un istituto per 140 detenuti, costato all’epoca otto miliardi di lire, e che dal 1990 è stato chiuso e recentemente tramutato in centro polifunzionale.
Il carcere di Licata (Agrigento) è completato, ma non essendo stato collaudato è ad oggi inutilizzato. Ad Agrigento, sei sole detenute occupano i 100 posti della sezione femminile (dati reperiti da articolo del sito di Polizia Penitenziaria del 12 settembre 2018).

Che dire? Male. Forse malissimo.