Blog

L’ITALIA CONDANNATA DALLA CORTE DI STRASBURGO PER NON AVER IMPEDITO L’OMICIDIO DEL FIGLIO DA PARTE DI UN PADRE VIOLENTO

La Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 2 della Convenzione dei Diritti dell’Uomo, ossia per non aver evitato l’omicidio di un bimbo di un anno e il tentato omicidio della madre. I fatti risalgono al settembre del 2018 a Scarperia (Firenze), quando un uomo – al quale era stato diagnosticato un disturbo bipolare della personalità – ha ucciso a coltellate il figlio, ha ferito in modo grave la compagna e ha cercato di uccidere l’altra figlia.

Secondo la Corte, l’Italia non avrebbe messo in campo quelle misure di protezione necessarie a tutelare una donna e i suoi due figli da un padre violento, e non avrebbe adeguatamente “valutato o affrontato i rischi di violenza” nonostante le diverse denunce presentate dalla madre.

Per la Corte, “i pubblici ministeri sono rimasti passivi” di fronte al grave rischio corso dalla donna, consentendo al suo compagno di continuare ad aggredirla, fino all’omicidio del piccolo di un anno. “La loro inerzia ha consentito al partner della ricorrente di continuare a minacciarla, molestarla e aggredirla senza ostacoli e nell’impunità.” Le autorità competenti non hanno agito “né immediatamente, come richiesto nei casi di violenza domestica, né in qualsiasi altro momento.” Le parole della Corte di Strasburgo non lasciano possibilità di ulteriori interpretazioni, che non siano quelle di uno Stato di diritto che ne esce azzoppato. 

L’Italia, inoltre, dovrà risarcire 32mila euro per danni morali. La Corte ritiene che la difesa “non disponeva di un rimedio civile da esaurire per far valere il fallimento dello Stato”.

Che cos’è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Corte EDU)?

È un organo giurisdizionale internazionale indipendente il cui compito è quello di giudicare in merito alle violazioni della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU).

Viene istituita nel 1957 ed ha sede in Francia, a Strasburgo

Hanno diritto di ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo le persone, fisiche e giuridiche, che credono di aver subìto una violazione dei propri diritti fondamentali previsti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo – e dai suoi protocolli aggiuntivi – e interpretati dalla giurisprudenza della Corte EDU.

Le richieste devono essere presentate tramite un ricorso da depositare entro quattro mesi dalla pronuncia definitiva nel Paese di riferimento.

Per essere esaminato nel merito, il ricorso deve superare una serie di verifiche pregiudiziali relative alla competenza, tra le altre per materia e temporale, e al possesso della cosiddetta legittimazione attiva in capo al ricorrente. Ossia, è necessario accertare che la persona che ha presentato il ricorso sia legittimata a farlo. Soltanto dopo aver superato positivamente queste selezioni iniziali, il ricorso viene esaminato nel merito, e qualora siano ravvisate gravi inadempienze alla Convenzione suddetta, il Paese in questione viene sanzionato.

La decisione summenzioanta, peraltro, è particolarmente importante perché mette in evidenza la posizione di forte ritardo del sistema legislativo italiano nell’adottare le riforme necessarie per prevenire e garantire che situazioni di violenza domestica sfocino nella consumazione di reati gravissimi e irreparabili.

Giova ricordare che l’episodio citato risale al 2018, ossia a un’epoca antecedente all’entrata in vigore del cosiddetto “codice rosso” che, seppure perfettibile, consente a moltissime vittime di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e violenza sessuale di ricevere una forma di tutela preventiva anticipata, che può limitare la libertà e il diritto di avvicinamento del soggetto denunciato, al solo scopo di proteggere la persona che, ricorrendo spesso a notevole coraggio, ha avuto la forza di presentare la querela

Inoltre, sempre con detta legge, la n. 69/2019, si è previsto, tra gli altri, che anche per stalking, maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, qualora la pena inflitta preveda la sospensione condizionale, questa sia subordinata a un percorso riabilitativo di recupero. Previsione che ritengo legittima e giusta, dal momento che, quando si tratta di reati contro la persona in cui l’aspetto psicologico dell’autore (non inteso nel senso penalmente rilevante del dolo, colpa o preterintenzione) e la sua personalità incidono in maniera determinante sulla commissione, o meno, del reato.

Ormai, infatti, non si può sottacere la profonda differenza che sussiste tra un delitto contro il patrimonio, quale può essere, per esempio, la truffa, e gli atti persecutòri, per la consumazione dei quali non deve sussistere solo la coscienza e volontà dell’atto, ma una sorta di “ossessione” per la persona perseguitata, la cui conquista (o distruzione) viene vista come l’unico scopo della propria vita.

Seppure qualche buon passo avanti sia stato fatto, la tutela delle vittime di violenza domestica è ancora lungi dall’essere garantita in modo sistemico e capillare. Non va dimenticato che, accanto alle iniziative di legge e alla sensibilità politica, servono risorse da impiegare, per rendere effettive, concrete e soprattutto efficaci le intenzioni che, attraverso le riforme legislative, si vogliono realizzare.

 

Previous Article
Il delitto di Cogne