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DA CARNEFICE A VITTIMA. La rivincita (mediatica e giudiziaria) di Johnny Depp

Johnny Depp è, dopo Clark Gable e a fianco di Hugh Grant, il prototipo di uomo di spettacolo che in assoluto adoro, non in modo razionale ma esclusivamente e brutalmente istintivo.

Cioè, non so se sia bravo come attore e non mi interessa. È proprio lui, a essere completamente irresistibile.
Ma andiamo avanti.

L’ex moglie Amber Heard, nel 2016, lo denuncia per botte e maltrattamenti subiti durante il matrimonio. Chiede un risarcimento milionario per ritirare tutto ma lui, pur avendo i dollari che gli escono dalle tasche, non ci sta. Ha dei figli avuti dalla precedente compagna Vanessa Paradis, e non accetta che la sua reputazione sia infangata. Va bene che l’universo mondo sappia dei suoi eccessi tra droga e alcol, ma passare anche per uno che mena la moglie, quello no.

Si difende dalle accuse, chiamando testimoni celebri come la ex fidanzata Kate Moss, con la quale fu protagonista, negli anni novanta, di una storia di amore, sesso, stravizi e camere di hotel distrutte senza precedenti, la quale, nonostante il profondo dolore che lui le causò lasciandola, ha testimoniato a suo favore, negando di aver mai subito violenze dal focoso Depp.

E poi c’è lei, Amber. Attrice o aspirante tale, diventata nota per aver impalmato uno degli uomini più desiderati del pianeta (seppure nella sua fase calante, in senso anagrafico si intende), e divenuta celebre per averlo denunciato per innumerevoli episodi di maltrattamenti fisici e psicologici.

Ebbene, dopo settimane di battaglie in aula e una manciata di ore, la giuria ha deciso. Amber ha perso. Ha diffamato Johnny “con vera malizia”, e dovrà pagargli 10 milioni di dollari di risarcimento, quasi il doppio di quanto ottenuto col divorzio.
Amber Heard è una delle paladine del “me too”, il movimento femminista contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne diffuso in modo virale a partire dall’ottobre 2017 come hashtag usato sui social media, per dimostrare la diffusione di questo genere di reati subiti dalle donne, soprattutto in àmbito lavorativo.

La sconfitta al processo, non accettata dall’attrice che ha anticipato ricorso in appello, potrebbe rappresentare una battuta di arresto di queste battaglie, in cui le donne cercano affrancamento e libertà da un modello prettamente maschile (e maschilista) in cui l’uomo impone, attraverso l’abuso di potere, prestazioni non attinenti al lavoro da svolgere o all’opportunità professionale, rendendole però a esse dipendenti. Non è solo un reato in senso giuridico, ma un vero e proprio atteggiamento mentale, una impostazione culturale che vede la donna come un oggetto di cui fruire, e abusare, a proprio piacimento.

In ogni caso, vero è che esistono anche le false denunce, costruite “ad hoc” per tornaconti economici e di pubblicità (per non parlare di quelle fasulle per avvantaggiarsi nell’affidamento dei figli), che sviliscono la credibilità di quelle vere.

Non è che il trinomio donna/denuncia/maltrattamenti sia indiscutibilmente vero. Ciò che deve essere indiscutibilmente accertato, è lo svolgimento dei fatti e l’effettiva responsabilità di chi viene denunciato. Perché chi usa violenza deve essere punito (e se possibile, riabilitato) e la vittima deve essere aiutata, protetta e risarcita. Ma chi denuncia falsamente, deve pagarne le conseguenze.

Una reputazione rovinata non si ricostruisce più. E c’è gente che, per denunce false passate per vere, ci è addirittura morta. Non dimentichiamolo.

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Visto - 2/06/2022